Rosellina

Sono stata assunta dall’ULSS e mandata al San Felice in quanto dovevamo, anzi dovevano, rafforzare il personale per adempiere alla legge 180, la legge Basaglia. Era un periodo molto intenso, nuovo per tutti gli infermieri perché si modificava il modello lavorativo e il modo di stare e trattare gli ospiti.
La prima cosa che abbiamo fatto dopo pochi giorni è stata quella di capire come togliere le divise: avevano tutti quei camicioni uguali, sembravano fatti di sacco, con i bottoni dietro. Non potevano nemmeno mettere le mani in tasca perchè “il davanti era il didietro”. Cominciare a vestirli voleva dire dare – ridare – dignità a quelle persone e alla loro individualità.
Ricordo che Primo Levi in “Se questo è un uomo” parla molto bene di quando si toglie tutto ad una persona: non avevano un posto dove riporre le loro cose, le loro foto, i loro ricordi. Tenevano tutto in una borsetta, non avevano un armadio, non avevano nulla. Tutte le cose erano assieme alle altre. Restituire questa individualità partiva da ridare un vestito.
Ricordo che ho vestito più persone ma una mi è rimasta impressa perché era una paziente molto giovane, si chiamava Rosellina. La pettinai ma aveva un taglio di capelli difficile, cercai di addolcirle un po’ il volto facendo una riga in parte invece che in mezzo e creando un po’ di frangia. Le misi su una gonnellina rossa a pieghe con una camicetta bianca che aveva un collettino con dei piccolissimi ricami. Mi sembravano adatte a lei.
Lasciò che le mettessi la gonna e la camicetta senza partecipare alla sua vestizione, ma quando le mostrai lo specchio si girò su sé stessa come una bambina, facendo la campana con la gonna: continuava a girare ed era felice.
Questa ospite era entrata dentro giovanissima, a 18 anni, e dicevano che soffrisse di autismo poiché non parlava né comunicava con gli altri. Era sempre da sola, triste. Aveva un viso particolare che mi ricordava un po’ gli indiani, come quello del personaggio indiano del film “Qualcuno che volò sul nido del cuculo”.
La vestii di pomeriggio, e, quando venne la sera le dissi: “togli la camicetta che le rimettiamo su domani…” e lei annuì.
Quando entrai in reparto, la mattina dopo, il mio pensiero era rivolto a lei, non so perché… forse perché l’avevo vista felice. Vidi che la gonna e anche la camicetta erano sparite e pensai che qualcuno le avesse prese. Poi la chiamai, la vidi e vidi che indossava la camicetta e poi, scoprendola un pochino, vidi anche la gonna.
“Ma tu hai la gonna?!?”
Se la faceva addosso, per questo la gonna era bagnata di pipì. Allora le dissi “Adesso la togliamo.”
Mi avvicinai e la feci sedere sul letto e poi, quando feci per toglierla lei mi prese per il collo. Urlai per lo spavento – dico sempre che mi avranno sentita fino al mio paese.
Lei parlò e mi disse “No, non me la togli.”
Non so se urlai perché parlò o per lo spavento. Sapevo che non aveva mai fatto del male a nessuno, forse la sua reazione mi sorprese… poi accorsero le infermiere e mi dissero “Ma tu riesci a far parlare i muti?” e io ho risposi loro “Non è muta. Sa parlare. Non vuole che le tolga la gonna”.
Poco dopo Rosellina mi guardò. Le dissi “Te ne do un’altra, non è rossa ma te ne do un’altra.”
Cercai una gonna a pieghe e lei accettò di cambiarsi.
Per me fu significativo capire la grande importanza del vestire, la sua gioia, il fatto che non voleva toglierlo.
Come un bambino, che quando gli compri le scarpe vuole andare a letto con le scarpe nuove così ha fatto lei. È andata a letto con la gonna che non aveva più portato nei lunghi anni di reclusione.