libreria

O studi o lavori

Non ho mai riflettuto su cosa ha significato per me nascere e crescere a San Felice.
Ci penso.
Direi una fortuna; la fortuna di aver capito presto come girava il mondo: da una parte avevo la Ferriera – il lavoro, la produzione, il capitale – dall’altra la Basilica – la fede e i Santi. Ed in più, lì vicino, paradossalmente, quasi a riequilibrare la situazione, quello che a quei tempi era chiamato manicomio.
Io ero un po’ testone da ragazzo, non mi piaceva andare a scuola. Mio papà mi prese da una parte e mi disse, giustamente, “O studi o lavori”. A quattordici anni ho trovato lavoro in una bottega orafa; il padrone, alla fine del colloquio, mi disse “Guarda che qui si inizia a lavorare alle sei del mattino”.
Ricordo il mio primo giorno di lavoro, 1 settembre del 1970: dovevo arrivare in via Beccariette, in bicicletta. Uscii di casa verso le cinque e mezza – iniziava ad albeggiare – e passai di fronte al cinema Arlecchino. Vidi il cartellone pubblicitario del film in programmazione, illuminato al neon. Mi colpì perché a quei tempi non c’erano poi molte insegne luminose, e pensai che qualcuno lo avesse dimenticato acceso la sera prima. Ho guardato il cartellone, ho guardato il cielo, ho avuto una sorta di tonfo al cuore e mi sono chiesto “… andrà avanti così tutta la vita?”
Capii che sarebbe andata proprio così, perché avevo scelto di andare a lavorare. Allo stesso tempo provai orgoglio, l’orgoglio di avere scelto. Quel cartellone pubblicitario segnò l’inizio di una fase della mia vita che si è conclusa solo pochi anni fa.
Il lavoro condizionò la mia vita come quella di tutti: d’estate gli studenti delle superiori andavano in piscina, io a lavorare. Mi rendevo conto che non dovevo rimanere indietro: mi iscrissi ben presto alla scuola serale – e non persi nemmeno l’anno. Fu proprio quel duro anno di scuola e lavoro a farmi scoprire l’importanza del libro, che non considerai più con superficialità.
É proprio un libro ad evocare il ricordo di un mio caro amico, un illustre personaggio del mio quartiere: il filosofo e professore Franco Volpi, uno dei massimi conoscitori al mondo di Nietzsche e Heidegger. Per farti capire che tipo era… un pomeriggio, incuriosito da un libro sul portapacchi della sua bici per me indecifrabile, gli chiedo cosa fosse; mi rispose “Mah per passare il tempo ho deciso di imparare l’olandese”. Ecco questo era Franco!
Al ritorno da uno dei nostri giri Franco prese un libro dalla sua libreria e mi disse: “Tu studia questo, e vedrai che nella vita non avrai più problemi”. Gli avevo parlato delle mie prime riunioni al comitato di quartiere – una sorta di scuola serale in cui mi insegnavano la “politica” – e delle cose che allora cercavo di capire. Quella fu la sua risposta e, con quel libro, cambiò per sempre la mia vita. Anche se avevo solo 15 anni mi ci buttai a capofitto; ritornavo sulle stesse pagine più e più volte perché non volevo deludere Franco facendomi trovare impreparato alle sue domande.
Denaro, capitale, plusvalore. Il libro era un riassunto del Capitale di Karl Marx.