Basilica dei Santi Felice e Fortunato

Cosa mangi tu alla mattina?

Ho trascorso la mia infanzia sul sagrato della Basilica dei Santi Felice e Fortunato, a pochi metri da casa mia, in via dei Mille. Su quel sagrato, quando avevo 13 anni ci ho scavato assieme ai miei amici sotto la guida di un archeologo tedesco che era stato chiamato a Vicenza dal parrocco. Era un tizio appassionatissimo, innamorato dell’archeologia e convinto che sotto la chiesa vi fosse un antico luogo di sepoltura. Abbiamo trovato ossa e resti umani, ci insegnava quali attrezzature usare per non rovinarle. È stata un’esperienza incredibile; non è stata così macabra come si potrebbe pensare, anzi. Ebbi la fortuna di comprendere a 13 anni che prima di me tanti altri erano vissuti e morti negli stessi luoghi, per millenni.
Lì vicino poi c’era il manicomio. Per noi bambini era davvero difficile capire cosa fosse ma intuivamo che si trattava di una questione importante per come ne sentivamo parlare dagli adulti. Io ho dovuto capirlo prima degli altri poiché avevo uno zio un po’ squilibrato da parte di padre: a quei tempi – parliamo degli anni ‘60 – il livello di comprensione del problema era molto diverso da oggi. Mi dicevano solo che “… quello era il manicomio, dove c’erano i matti”. Punto.
Quando, in casa, ne combinavo una delle mie, mamma mi ricordava che la scritta “Manicomio” era rivolta all’esterno. Non so se mi spiego… la scritta era per noi “veri” matti che stavamo fuori – e che dovevamo darci pertanto una regolata.
Vi era come un velo di protezione sull’istituto: era intoccabile e raccomandavano ai bambini di stare attenti perché le persone ricoverate erano pericolose. Nessuno di noi avrebbe mai pensato di saltare il muro di cinta per andare a giocare nel giardino come facevamo in tutti gli altri posti. Tutto contribuiva a mantenere la distanza tra persone e malattia. Gli unici momenti di scambio erano quelli offerti dalle giornate di visita durante le quali vedevamo le famiglie entrare nella struttura portando ai parenti ricoverati dei prodotti che compravano nei negozi della zona.
Negli anni successivi ho compreso meglio la situazione grazie all’amico Sergio Caneva, medico dell’Istituto, che mi parlava delle cure, delle condizioni del suo lavoro e della situazione dei pazienti. Molti di essi, o perlomeno quelli che ho conosciuto io, erano alcolizzati e basta e, infatti, quando iniziarono ad assegnare i permessi di uscita potevo incontrarli nei bar del quartiere. Sapevamo che anche tra le persone del quartiere c’era chi era finito dentro, e chi ne era uscito. Me ne ricordo uno in particolare, lo chiamavano il Professore: aveva occhiali neri e capelli tagliati cortissimi, sembrava un soldato delle SS – a quei tempi le teste rasate erano rare e si diceva avesse fatto la guerra in Germania. Noi ragazzi sapevamo che aveva questa mania: ci chiedeva con aria minacciosa “Cosa mangi tu alla mattina?” – e noi rispondevamo chi the, chi caffelatte e così via – e lui di seguito, con un vocione rauco “Io invece alla mattina mangio il Muro di Berlinoooooo!”.
Andava in giro assorto nei suoi ragionamenti e parlandosi addosso, ma del resto a quei tempi il quartiere era caratterizzato di personaggi particolarissimi – alcolizzati, prostitute, omosessuali e preti – si, preti – che lo controllavano attraverso i consigli parrocchiali, che allora vedevano tra i propri membri gli esponenti delle famiglie più in vista della città – convocati secondo necessità dal parroco, appunto. Del resto proprio in Corso San Felice c’era la sede della Banca Cattolica del Veneto, ed in quei palazzi alloggiavano importanti famiglie di dirigenti e amministratori. Se ripenso a quante partite di calcio abbiamo fatto tra la strada ed il cortile di quella Banca…