come stai

Come stai?

Sto imparando ad ascoltarmi. Questo è quello che mi sento di rispondere alla domanda «Come stai?».
Nel 2020, un anno che ha sconvolto le vite di ognuno di noi, ho dato i miei ultimi esami universitari. Allora non sapevo che cosa avrei fatto una volta laureata, nella mia testa si susseguivano idee di master e di primi lavori imprecisati. Ho sempre fatto fatica a scegliere, fin da bambina per le cose più banali come il diario scolastico o il colore di una maglietta; immaginate, perciò, scegliere che direzione dare alla tua vita quando davanti a te si aprono infinite possibilità. Sembrava quasi un’impresa impossibile. Eppure, qualcosa di certo in quel groviglio di pensieri e domande nella mia testa c’era: qualunque tipo di percorso avessi intrapreso, avrebbe dovuto essere coerente con ciò che ho studiato, e soprattutto con i progetti che avevo quando iniziai l’università. D’altronde, avevo scelto quella facoltà per un motivo; ora era il momento di farlo fruttare, di trasformare i sacrifici di tanti anni di studio passati sui libri in qualcosa di concreto.
In autunno, la seconda ondata di pandemia era dietro l’angolo, forse ancora più terribile della prima. Dopo il respiro di sollievo dell’estate, ci aspettavano nuovi divieti e chiusure, precarietà e sofferenze che sembravano non avere fine. È allora che, in quello che in un romanzo si chiama plot twist, ovvero un colpo di scena, un cambiamento repentino e inaspettato della trama, nella mia vita è successo l’impensabile; qualcosa che – direi quasi a tradimento – ha spalancato prepotentemente una porta che credevo chiusa da tempo, stravolgendo le poche certezze che avevo.
Tutto è cominciato quando ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata una delle mie più care amiche, Valentina. Abbiamo diversi interessi in comune, ma uno in particolare è stato l’artefice di questo stravolgimento.
Un giorno di ottobre, Valentina mi mandò la bozza dell’incipit di una storia, in lingua inglese, qualcosa che aveva cominciato a scrivere tempo prima ma che poi aveva abbandonato, chiedendomi se volessi leggerlo per avere una mia opinione. Io accettai. Mi aveva dato carta bianca, quindi non solo corressi diversi punti, ma ne aggiunsi di altri: parole, frasi, interi dialoghi, che nascevano dentro di me e che in modo sorprendente riuscivo a trascrivere sulla pagina, quasi con naturalezza. C’è da dire che era da diversi anni che non scrivevo, che fossero i temi di italiano ai tempi del Liceo o una bozza di storia originale di cui avevo provato a buttare giù qualche parola negli anni. Ecco perché considerai eccezionale ciò che stavo creando con Valentina.
Sì, creando insieme: quella storia fu completata, dopo un paio di settimane, a quattro mani. Così come decine di altre storie che nello scorso anno abbiamo scritto insieme e scriviamo tuttora. Senza contare, poi, il calderone di idee che sono le nostre menti ogni volta che iniziamo a fare brainstorming su un personaggio, una trama, un finale: potremmo parlare per ore degli scenari che tiriamo fuori come per magia (e che speriamo, prima o poi, di mettere nero su bianco). È un connubio, il nostro, che ancora oggi ci lascia senza parole.
Non so grazie a quale congiunzione astrale sia capitato il nostro incontro, ma lo considererò sempre un dono meraviglioso, perché, oltre a farmi conoscere una persona speciale, mi ha permesso di riscoprire una passione che ho avuto fin da piccola e che avevo abbandonato crescendo, vuoi perché necessitava di tempo che non riuscivo a dedicarle, vuoi perché è troppo spesso visto come un hobby che si diffida dal perseguire come sogno: la scrittura.
Faccio fatica a descrivere a parole le emozioni che provo quando ho davanti una pagina bianca che aspetta di essere riempita. Non esiste, per me, qualcosa di paragonabile al creare un personaggio, al modellarlo, al riversare qualcosa di tuo – ricordi, paure, sensazioni, desideri, fallimenti – in un’altra persona, seppur immaginaria, e vederla camminare con le proprie gambe, avere relazioni profonde, soffrire e gioire, piangere, cadere e rialzarsi, amare. Questa è la cosa più bella: nonostante i miei personaggi (mi emoziono solo a dirlo) abbiano spesso miei difetti – perché si sa, è più facile identificare ciò che non ci piace di noi stessi piuttosto che riconoscerlo come ciò che ci rende unici – essi hanno una vita piena, amicizie sincere, e sono amati per quello che sono. Forse è per questo che sono diventati anche miei confidenti: affido loro i miei pensieri più sgradevoli ed essi li trasformano, rendendoli un po’ meno brutti, un po’ meno pesanti, e facendomi sentire meno sola.
Scrivere mi ha insegnato a guardare dentro me stessa, a riconoscere le mie emozioni e soprattutto a lasciar fluire nelle mie storie quelle negative, quelle che rischiano di sopraffarmi. Non è un caso che abbia scritto il mio pezzo preferito una sera di primavera, dopo una settimana mentalmente orribile. Per una persona come me che fa fatica a condividere le proprie emozioni, avere la scrittura come compagna fedele, che mi permette di sfogarmi senza pregiudizi e senza pretese, è qualcosa di prezioso e che mi tengo ben stretto.
Cosa ha portato tutto questo? A disfarmi dei limiti che mi ero autoimposta (con lo zampino di una società che ci dissuade dall’ascoltare noi stessi, dal prenderci delle pause, dal cambiare idea in corso d’opera). Ad ascoltare il mio cuore, per quanto possa sembrare un cliché. Il percorso non è stato per niente facile e a volte sono ancora piena di dubbi, però sono contenta – e orgogliosa – delle mie scelte.
Ho fatto domanda per un master in editoria a Milano. Mi sono iscritta ad un corso di scrittura creativa in lingua inglese. Io e Valentina abbiamo redatto la prima bozza di un romanzo che vogliamo pubblicare. Niente di tutto ciò è coerente con i motivi per cui mi sono iscritta al mio corso di laurea, ma posso finalmente dire che non mi interessa. Ho delle competenze, ho il mio titolo di studio, ma dopo un anno particolarmente sofferto ho capito che cosa mi rende davvero felice, che cosa mi fa battere il cuore e di cosa non posso fare a meno. Ho (ri)scoperto un sogno, e adesso voglio mettercela tutta per raggiungerlo, non importa per quale via.
È bello sentirmi libera di ascoltare me stessa.